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sabato 6 settembre 2025

Lavorando al mio romanzo a tarda sera.

Mi piace scrivere di sera, quando tutti sono andati a dormire e gli unici rumori sono quelli di una tastiera e delle macchine che passano sulla strada. 
In questo momento di pace mi sono messo a lavorare al mio romanzo, sorseggiando un buon rum. Ho trascritto parte dei miei appunti sul portatile. Mi trovo molto bene con Google Documenti dove posso prendere molti appunti e voglio tornare a lavorare dopo la stesura della prima bozza. 
Questi sono momenti magici, quando ti lasci andare allo spirito creativo. 


 

venerdì 29 agosto 2025

Antares Domus, 1960

Questa macchina da scrivere ha con sé una storia assurda da raccontare. Qualche giorno prima di comprarla, avevo visto sul sito del Mercatino dell’usato, grande catena di negozi dell’usato in tutta Italia, se avessero messo qualche macchina da scrivere interessante in qualche punto a Roma facilmente raggiungibile. Trovai questo modello ad un prezzo ribassato (il mercatino dell’usato, dopo mesi di invenduti, per favorire la circolarità dei prodotti, ribassa i prezzi del 50%) più che ragionevole. In un momento di tempo libero la vado a vedere di persona al negozio, ci metto un po’ a trovarla ma alla fine mi cade l’occhio sulla macchina da scrivere che cercavo. Mi metto un po’ a smanettarci e mi accorgo che è totalmente bloccata, non si riuscivano a premere nemmeno i tasti. Anche lo sblocco del carrello era inutile. Non si smuoveva. A malincuore decido di lasciarla lì, non valeva la pena prenderla in queste condizioni anche ad un buon prezzo. 

Poi giusto per curiosità e visto che mi trovavo nei paraggi, sono andato ad un altro negozio dell’usato che non fa parte della catena dei Mercatini dell’usato, ma fa parte di una catena più piccola che si chiama Mercatopoli. Tra l’altro, piccola parentesi, fu proprio in quel negozio dove presi la mia prima macchina da scrivere tanti anni fa, la mia bellissima Royal Litton 203. 

Appena entro nel negozio, sotto il bancone dell’entrata mi cade l’occhio su una cartella che era la stessa che conteneva la macchina da scrivere che avevo visto all’altro negozio. La vado ad aprire e con mio grande stupore vedo che dentro c’è la stessa macchina da scrivere che cercavo, dello stesso colore, identica. Stentavo a crederci. Poi ho chiesto il prezzo e intanto mi ero messo a controllare se questa invece funzionasse. Funzionava benissimo. Poi il tizio del negozio mi dice il prezzo, troppo alto, decisamente troppo alto. Poi non so per quale motivo, forse mi ha visto parecchio interessato, o qualche allineamento dei pianeti, o qualche mano divina che mi doveva fare prendere per forza questa macchina da scrivere perché ne ero predestinato, ma il tizio mi dice che se la volevo me l’avrebbe messa a metà prezzo, meno di quella rotta all’altro negozio. Come potevo lasciarla lì? Così l’ho adottata senza starci troppo a pensare e me la sono portata a casa. Aveva giusto bisogno di una pulita, una lubrificata e del cambio dei nastri d’inchiostro. Sono stato davvero felice e stupito da questo strano concatenamento di eventi e di queste coincidenze della vita che proprio non riesco a spiegare. Ogni macchina da scrivere che ho preso ha la sua storia, ma questa ha davvero avuto una storia davvero assurda. 


sabato 21 giugno 2025

Olympiette de luxe

 Ieri, per caso, sono capitato ad un mercatino dell'usato. Giusto un salto visto i tempi risicati di questi tempi moderni sempre frenetici. Per curiosità sono andato a vedere qualche macchina da scrivere e mi cade l'occhio su questa bellezza. Mi metto a smanettarci un po' per capire se tutti i meccanismi funzionavano e con mia grande gioia mi rendo conto che la macchina da scrivere è in perfetto stato, tutto perfettamente funzionante. Il prezzo poi mi faceva uscire di testa, solo 11,90€ per una macchina da scrivere che sembrava appena uscita dalla fabbrica. L'ho messa nella sua valigetta originale e mi sono diretto alle casse. A quel prezzo proprio non me la sentivo di lasciarla sullo scaffale. 

Tornato a casa mi sono messo a scriverci, il feeling di scrittura non è niente male, piacevole e molto reattivo. Il nastro d'inchiostro, per quanto secco, ancora scrive ed è stato fantastico scriverci qualche pensiero già da subito. Ne ho ordinati comunque di nuovi. Non sono però riuscito a reperire tante informazioni su internet su questo modello, so solo che è stato fabbricato in Italia negli anni 70.  Comunque sono davvero molto contento del colpo di fortuna che ho avuto e una nuova macchina da scrivere è entrata a far parte della mia collezione. Sono certo che mi farà molta compagnia e trasformerà tanti pensieri in parole di carta...

martedì 15 aprile 2025

Lo scheletro in cantina

Tutti hanno uno scheletro nell’armadio, il mio è in cantina, fuma il sigaro, veste impeccabile e mi aiuta a  tornare a scrivere.


Erano mesi che non riuscivo a scrivere. Restavo sempre bloccato sulla pagina bianca. La fissavo anche per ore ma non riuscivo a scrivere nemmeno una parola. Ero in crisi. Sono sempre stato una persona che non credeva nel blocco dello scrittore, avevo sempre la convinzione che bastava avere una certa disciplina, serviva solo sedersi e scrivere. Invece niente, non riuscivo più a trasformare i pensieri in parole e la pagina rimaneva come una tela immacolata. Non dormivo più, non mangiavo più. Iniziavo ad essere ossessionato dal mio blocco. Non c’era niente che funzionasse, niente passeggiate che riuscivano a schiarirmi le idee, niente letture che stimolavano la mia fantasia, non riuscivo nemmeno a capire quale fosse il problema di tutto questo, quale sia stata la causa scatenante di questo mio blocco. Il mio umore era pessimo.


Ero seduto alla scrivania del mio studio, nella soffitta di casa. Guardavo di fuori in giardino, la pioggia autunnale cadeva sulle foglie e sulla casa che mi ero riuscito a permettere grazie ai miei primi e unici tre romanzi.


Abitavo a New York prima, nella frenetica grande mela facevo dei lavoretti precari per andare avanti nella speranza di sbarcare il lunario. Poi decisi di scappare da quella frenesia e visto che finalmente potevo permettermelo, sono venuto a vivere qui in New Jersey. Il primo romanzo, che mi valse il premio per scrittori esordienti, mi lanciò nel mondo dei scrittori. Non potevo crederci, stava succedendo tutto così in fretta che non ci avevo capito più niente. Le vendite del mio libro schizzarono alle stelle, la critica mi elogiava, “finalmente una nuova voce si è fatta sentire in questo piattume moderno”. Si aspettavano grandi cose da me. Con i guadagni del libro riuscii a permettermi di cambiare vita, sposare la donna che amavo e iniziare a costruire il mio futuro.


Karen rimase incinta dei due gemelli poco dopo il nostro matrimonio. Conobbi Karen in una caffetteria a New York, al Village, il Josie Wood's Pub NYC. Io andavo all'università e facevo dei lavori saltuari. Anche lei per mantenersi gli studi universitari e diventare insegnante, lavorava lì come cameriera e molto spesso mi vedeva chiuso nel mio mondo intento a scrivere su dei vecchi taccuini con una stilografica, mentre tutti tendevano a lavorare sui loro portatili. Mi piaceva scrivere nei bar in mezzo alla gente, in qualche modo riuscivo a isolarmi dal resto del mondo per entrare nel mio. Fu lei a fare il primo approccio e incuriosita mi chiese cosa stessi scrivendo. In quel periodo stavo gettando le basi per il mio primo romanzo. Ero al culmine della mia fase creativa e l’incontro con Karen amplificò questa vena creativa. Ci andavo spesso in quella caffetteria nel tempo libero e iniziammo a frequentarci anche al di fuori di quel posto di lavoro. Non passò molto tempo che ci innamorammo perdutamente l'uno dell’altra. Dopo un anno decidemmo di andare a convivere. Fu un periodo stupendo, spensierato, creativo. Ci prendemmo un piccolo appartamento al Village. Passavamo il tempo libero ad ascoltare vinili sul mio giradischi e facevamo l’amore con la musica di Springsteen di sottofondo. Ero ispiratissimo in quei giorni lontani. Riuscii a finire il mio romanzo dopo innumerevoli revisioni e provai a partecipare ad un concorso per scrittori esordienti. Lo vinsi e la mia vita cambiò. 


Finalmente potevo permettermi uno stile di vita meno precario. Sia io che Karen, per quanto amassimo la nostra vita al Village, sognavamo un futuro in un posto più tranquillo, una casa più grande con uno studio dove potessi scrivere in tutta tranquillità e senza essere più travolti dalla frenesia della grande città. Anche Karen dopo la laurea, avrebbe voluto insegnare in una scuola media in un contesto più tranquillo. In New Jersey c’erano diversi concorsi per diventare insegnanti e così decidemmo di venire a vivere qui, all’angolo tra la 77 e 78th St North Bergen, New Jersey. A due passi dal bellissimo James J. Braddock North Hudson County Park, grande fonte di ispirazione per me. Amavo sedermi sulla panchina davanti al lago e scrivere sul mio taccuino idee e appunti per le mie storie. In questa nuova vita, mi buttai a capofitto a scrivere il mio secondo romanzo. Ero un vulcano di idee e scrivevo tutti i giorni in preda a quell’euforia creativa che ormai è un ricordo sbiadito. 


Pubblicai il secondo romanzo un paio di anni dopo l’uscita del mio primo libro. La critica lo elogiò molto specificando però che il romanzo di esordio aveva un qualcosa in più, una scintilla che lo faceva brillare nel panorama editoriale di quegli anni. Però rimaneva molto positiva e si aspettava grandi miglioramenti per il terzo libro. Le vendite superarono quelle del primo libro, mi ero fatto un nome, ero diventato popolare e rimanevo in vetta alle classifiche per parecchie settimane di seguito. I soldi erano sempre di più e non erano più un problema. Gli anni precari erano un lontano ricordo. La mia vita era cambiata anche con l’arrivo dei due gemelli, Leonard e Sophia. Tutti questi veloci cambiamenti avevano cominciato a farmi venire grandi dubbi. Mi chiedevo come fosse possibile che uno come me abbia raggiunto queste vette di successo grazie alla scrittura. Era stato da sempre il mio più grande sogno, quello di vivere di scrittura. Stentavo a crederci e non potevo certo fermarmi. Ci si aspettava molto da me. Iniziai a scrivere anche il mio terzo romanzo. Ci misi più del previsto, quella vena creativa che mi aveva dissetato per i miei primi due libri cominciava a esaurirsi. Cominciavo a sentirmi un impostore. Una persona che non meritava tutto questo successo. Un tizio qualunque che ha avuto una fortuna sfacciata in un paio di occasioni e nulla più. Una meteora destinata a spegnersi molto presto. 

Poi uscì il mio terzo romanzo. Fu un bagno di sangue, la critica mi stroncò. La fine di grandi aspettative. Le vendite non andarono bene quanto i primi due romanzi. Vendevo ma non ero riuscito neanche a entrare nella classifica dei primi venti libri. La mia delusione fu totale. Si rafforzò in me l’idea che tutto questo successo improvviso fosse stato solo un colpo di fortuna e non dovuto a un qualche mio talento particolare. Non ero una persona speciale, ero solo uno scrittore qualunque che per un periodo ha avuto la fortuna di azzeccare un paio di libri. Tra qualche tempo nessuno si sarebbe più ricordato di me. La fine di un sogno durato poco tempo. Avevo perso fiducia in me stesso e nelle mie doti di scrittore. Sulla scrivania lampeggiava il cursore del mio software di scrittura su una pagina bianca. Non scrivevo da mesi. 


Leggere le recensioni del mio terzo romanzo mi faceva stare ancora peggio. Più ne leggevo e più mi sentivo scoraggiato a scrivere. Come un tossico alla ricerca di una dose, non riuscivo a staccarmi dalla lettura di queste recensioni negative. 


Poi successe qualcosa che cambiò per sempre la mia vita.


La prima volta che mi accorsi dello scheletro in cantina fu una notte di molto tempo fa. Fui svegliato da uno strano rumore, come lo strusciare un qualcosa di metallico su una superficie ruvida. Lo potevo sentire chiaramente, era leggero e lontano, eppure continuavo a ronzarmi nelle orecchie. Mi alzati dal letto e andai ad indagare. Karen stava dormendo. Scesi al piano di sotto attento a non far rumore e svegliare i bambini. Sceso al piano terra continuavo a sentire quel rumore. Proveniva dalla cantina. Sotto il piano terra c’è un grande scantinato, dove nel tempo, abbiamo riposto tutte le nostre vecchie cose.

Mi avvicinai alla porta, il rumore, seppur leggero, lo potevo sentire sempre più distintamente. Aprii la porta e il rumore era sempre più penetrante nella mia testa. Cominciai a scendere le scale, le sentivo scricchiolare sotto i miei passi, l’orologio che avevo al polso mi diceva che era circa l’una e mezza di notte. Sceso in cantina svoltai l’angolo delle scale. L’odore di chiuso mi entrò nel naso. Poi lo vidi, seduto ad un vecchio tavolo di legno c'era la figura di un uomo. Sul tavolo la vecchia lampada verde oro. La stessa vecchia lampada che per anni aveva illuminato i miei pensieri sulla carta. La figura l’accese e uno scheletro vestito in smoking mi si parò davanti. Gli occhi erano delle orbite vuote e nere. Sembrava avere un ghigno. Sul tavolo c’era un mio vecchio accendino, si accese il sigaro che aveva tra i denti e cominciò a fumare mentre le sue orbite vuote e nere continuavano a fissarmi. Mentre fumava poi distolse all’improvviso lo sguardo e si mise a scrivere con una bellissima stilografica su un taccuino rosso. Dopo qualche minuto mi volse di nuovo lo sguardo e le due orbite vuote che sembravano dei buchi neri iniziarono di nuovo a fissarmi. Fece cenno di avvicinarmi.


-Chi sei?- chiesi terrorizzato.

-Io sono una metafora.-

-Una metafora?-

-Si una metafora, una TUA metafora, una metafora del TUO spirito creativo….come vedi sta morendo. Che altra forma avrei potuto avere?-

-Non capisco…-

-È semplice, la tua creatività sta morendo. Io ne ho preso la forma.-

-Spero che ti renda conto che non è molto semplice da capire.-

-Sì, è vero, ma col tempo capirai….-

Non sapevo cosa pensare, inizialmente ero terrorizzato, ma poi a poco a poco mi tranquillizzai. Non percepivo nessuna minaccia da parte di quell’essere. Che diavolo ci faceva uno scheletro ben vestito, che fuma un sigaro e che scrive con una stilografica su un taccuino rosso nel mio scantinato? Di mio sono un tipo che riflette molto su tutto, sulle parole e su quello che dovrei dire. Soprattutto quando devo prendere una decisione. Quello che avevo appena ascoltato necessitava di una riflessione profonda. Uno scheletro apparso dal nulla si trova nella mia cantina, fuma un sigaro e scrive con un’elegante penna stilografica su un taccuino rosso. Mi ha appena detto di essere una MIA metafora. La metafora della mia morte creativa.


-Pensaci bene, non ho fretta. Mi potrai trovare sempre qui tutte le notti. A quest’ora mi piace scrivere.- 

A quel punto decisi di tornare al letto. Dovevo riflettere. Mi addormentai subito. 


La giornata la trascorsi in un uno stato confusionale. Ero molto taciturno. Anche mia moglie mi chiese cosa avevo che non andava, ma non sapevo proprio cosa risponderle. Mi chiedevo se quello che avevo visto la notte scorsa non fosse stato altro che uno strano sogno.

-Non ho niente Karen, ho solo dormito poco stanotte…-


Non riuscivo a scrivere ormai da mesi. Questo pensiero mi ossessionava tutti i giorni e magari questa ossessione era sfociata in questo sogno assurdo. Magari qualcosa stava cambiando dentro di me. Avevo bisogno di schiarirmi le idee e decisi di fare una passeggiata al James J. Braddock North Hudson County Park. Due passi intorno al laghetto pensavo che mi avrebbero schiarito un po’ le idee. Una metafora dalle sembianze di uno scheletro. Sembrava quasi lo spunto per una storia. Una buona storia.

Avevo portato con me un taccuino e una stilografica come ai vecchi tempi. Mi sarei fermato in qualche posto tranquillo e avrei provato a scrivere. Ma già sapevo che non sarebbe successo, un tempo scrivevo ovunque, appena mi veniva un’idea in mente, ovunque fossi tiravo fuori taccuino e stilografica e scrivevo. Mi sembra ormai passato un secolo da quel periodo.

Mentre mi trovavo seduto sulla solita panchina a guardare il lago ecco che quel senso di vuoto mi aveva di nuovo pervaso. Avere tra le mani la stilografica e il taccuino non serviva a niente. La mia mente si rifiutava di mettere sulla pagina qualche parola. Nella testa solamente il vuoto totale. 


Forse l’unico a potermi aiutare a superare questo momento poteva essere proprio lo scheletro. Avrei chiesto a lui come superare questo mio blocco dello scrittore. Come ritrovare il mio spirito creativo. Quella notte stessa sarei tornato in cantina e avrei affrontato la mia morte creativa. Sempre se quello che avevo vissuto la notte prima non fosse stato altro che il frutto della mia immaginazione. Probabilmente stavo delirando, lo stress di questa situazione e il mio malessere mi stava portando a immaginarmi uno scheletro nello scantinato.  


Come immaginavo, anche quella notte non riuscivo a prendere sonno. Continuavo a rigirarmi nel letto fino a quando, appena percettibilmente, sentii nuovamente quel rumore familiare della notte precedente. Allora non era stato solo un sogno. C’era davvero uno scheletro nella mia cantina. Facendo attenzione a non svegliare Karen scesi al piano di sotto e poi mi diressi verso lo scantinato. La luce della mia vecchia lampada verde e oro era già accesa questa volta. Lo scheletro, vestito sempre in smoking, era intento a scrivere sul taccuino rosso e a fumare un grande sigaro. Era quasi l’una di notte.

Senza troppi preamboli gli chiesi: 

-Spiegami come posso riavere quello che ho perso, come posso ritrovare il mio spirito creativo?

-Semplice. Devi uccidermi?

Quelle parole mi lasciarono di sasso. Ci fu qualche momento di silenzio che mi sembrò un’eternità. Non sapevo né cosa dire né cosa pensare. Ero molto perplesso dalla risposta, come si uccide uno scheletro. Lo devo fare a pezzi, lo butto giù da un grattacielo, ci passo sopra con la macchina. Di certo non lo posso avvelenare. Come si uccide uno scheletro? Ma soprattutto, come si uccide una metafora?

Dopo un tempo indefinito dissi:

-Come faccio ad ucciderti?-

-Questo lo devi capire da solo…ma di certo non puoi uccidere una metafora con dei metodi tradizionali. Non trovi? Non funzionerebbero, e poi IO, non posso lasciare questo posto.- 

Riflettei su quello che mi aveva appena detto, anzi dovevo riflettere con molta calma su cosa fare. Io sono fatto così, anche sulle cose semplici mi ci arrovello il cervello. Un tempo mi sarei messo seduto a scrivere sul mio diario. Scrivere su un taccuino i miei pensieri, i miei problemi, mi aiutava a focalizzarli. Magari non riuscivo sempre a trovare una soluzione, ma di sicuro la scrittura riusciva a mettermi in una condizione tale che affrontavo i problemi nel modo giusto. Magari era arrivato il momento di tornare a scrivere sul mio diario. Da quando mi sento in questo stato, non sono più riuscito a scrivere nemmeno una parola sul mio diario. Questa poteva essere l’occasione giusta per ricominciare. Sentivo che avevo bisogno di mettermi seduto a riflettere e a scrivere quello che mi stava succedendo. Quale occasione migliore che la manifestazione di una metafora dalle sembianze di uno scheletro nel mio scantinato per ricominciare a scrivere?

-Vedo che ci stai riflettendo…- disse lo scheletro -...direi che sei sulla strada giusta amico mio.-

Incredibile pensai, sono amico di una metafora/scheletro. Se non è una buona storia questa da scrivere non so proprio cosa lo possa essere…


All’improvviso lo scheletro mi disse:

-Ti sei forse scordato che con una stilografica in mano puoi essere qualsiasi cosa?-

Riflettei molto su queste parole. Era vero. Ho sempre considerato la scrittura la più alta forma di libertà che possa esistere in questo mondo. Invece adesso che la scrittura mi ha abbandonato, mi sento in una prigione.

-Ma come faccio a tornare a scrivere, così su due piedi?- chiesi.

-Dovresti saperlo amico mio, le storie, che siano saggi, pagine di diario, racconti o romanzi, si scrivono una frase per volta. Una parola dopo l’altra.-


Volevo fare un nuovo tentativo per scrivere. Per aspettare la notte e incontrare di nuovo lo scheletro nella mia cantina, decisi di fare un qualcosa che non facevo da molto tempo. In qualche modo volevo tornare alle mie origini. Presi la metro per andare a New York, volevo tornare alla caffetteria al Village dove ho conosciuto Karen e provare a scrivere qualcosa come facevo un tempo per passare la giornata. Mi sarei ordinato un toast e un caffè lungo e avrei provato a scrivere qualcosa sul mio vecchio e inseparabile taccuino. Volevo provare a scrivere qualche pagina di diario. Ma niente, le parole dalla penna stilografica, proprio non volevano uscire. Mangiai il mio toast e bevvi il mio caffè, ma di scrivere proprio non c’era verso. Dopo ore di tentativi, decisi di tornare a casa. Deluso mi trascinai verso la fermata della metro. Cosa c’era di sbagliato in me? Come potevo tornare a scrivere e superare questa crisi creativa? Come potevo uccidere una metafora? L’idea di ucciderla mi faceva stare male. In qualche modo mi ci ero affezionato, la sentivo come una parte di me. Mentre rientravo a casa vidi il mio riflesso su una vetrina, avevo perso peso, ero scheletrico.


Finalmente era notte. Potevo incontrare la mia metafora.

-Quando hai iniziato a scrivere, all’inizio, per chi lo facevi?-

Riflettei un attimo prima di rispondere.

-Mi piaceva scrivere, mi faceva stare bene, non scrivevo per nessuno in particolare, molto probabilmente scrivevo solo per me stesso.-

-Poi cosa pensi che sia cambiato?- chiese lo scheletro sbuffando qualche nuvola di fumo. Il sigaro in bocca era una costante per lui.

-Credo che quando ho iniziato a scrivere il secondo romanzo lo abbia fatto più per vana gloria, certo ero stimolato, ma probabilmente non stavo più scrivendo solo per me stesso, ma mi rivolgevo a tutte quelle persone che avevano comprato il mio primo libro. Credo che ho iniziato a scrivere per loro.-

-Allora ti rendi conto che qualcosa sia cambiato. Hai messo da parte il motivo per cui sei voluto  diventare uno scrittore.-

-Credo che hai ragione, ho cominciato a correre dietro al successo. Non mi era andata tanto male col secondo libro, tutto sommato le vendite erano anche andate meglio del primo romanzo e inoltre per scrivere questo mio secondo libro, avevo ancora vecchie idee e molti appunti, scritti quando ero ancora in una fase molto creativa. Al terzo romanzo però, mi sentivo svuotato. Scrivevo meccanicamente, mi rendevo conto che mancava qualcosa alla mia scrittura. Quella passione che avevo all’inizio. La scintilla creativa. Quella marcia in più che avevo quando ho cominciato.-

-Non avevi più passione, il tuo spirito creativo stava morendo, stavi facendo nascere me. La TUA metafora.-


Mi ero addormentato, non ricordo quando. Durante la notte, tra un discorso e l'altro insieme allo scheletro ho finito per perdere i sensi. Mi ha svegliato mia moglie Karen che era scesa nello scantinato. 

-Ecco dov'eri finito! Mi stavo preoccupando! Ma che diavolo di odore c’è qua sotto? Hai cominciato a fumare? In effetti sul tavolo c’era il mozzicone di un sigaro. L’aria era viziata e mia moglie aveva tutte le ragioni del mondo per essere infuriata. 

Mi guardai intorno con aria attonita, dello scheletro non c’era più traccia. La stilografica e il taccuino rosso erano riposti in una scatola a fianco a quel vecchio tavolo logoro dove per tutta la notte avevo conversato con una metafora dalle sembianze di uno scheletro in smoking. 

-Apri un po’ le finestre e fai cambiare l’aria!- disse irritata mia moglie.

Mi alzai dal vecchio divano. Avevo dolori ovunque, dovevo essermi addormentato in qualche posizione scomoda. Aprii le piccole finestre in alto dello scantinato. Un po’ d’aria avrebbe fatto bene alla stanza.

-Ma che diavolo ci facevi nello scantinato?- 

La domanda era più che lecita. Non sapevo come rispondere, spesso finivo per addormentarmi nel mio studio quando scrivevo di notte, ma non avevo ragioni per addormentarmi qui tra queste vecchie cose. 

-Stavo…cercando dei vecchi appunti, volevo riciclare qualche idea dai miei vecchi taccuini. Ho finito per fare tardi e addormentarmi su questo divano.-

-Hai bisogno di una doccia. Puzzi di fumo.-

-Hai ragione…-

In effetti sentivo in bocca il sapore del sigaro. Strano, non avevo fumato, era lo scheletro a fumare davanti a me. Probabilmente saranno stati gli effetti del fumo passivo ma il sapore in bocca era molto persistente. 

-Sei però riuscito a scrivere qualcosa Jo?-

Solo Karen mi chiamava Jo e lo faceva con grande affetto. Gliene ero grato.

-Ancora no…- 

Potevo leggere un po’ di delusione negli occhi di mia moglie, ma anche tanta speranza. Ero decisamente molto più deluso io. Eppure sentivo che qualcosa stava per cambiare. 

-Sono sicura che tornerai a scrivere. Ti va di portare i gemelli a scuola? Almeno prendi un po’ d’aria.-

Si, ne avevo bisogno, avevo decisamente bisogno di schiarirmi le idee. Ne avevo poche e confuse. Quello che mi stava succedendo era decisamente fuori dal comune.

-Si, li porto volentieri. Faccio al volo una doccia.-


La giornata trascorse velocemente, più mi arrovellavo sui miei pensieri e più ero confuso. L’unico che poteva districare la matassa dei miei pensieri era proprio lo scheletro. Ero arrivato al punto di non vedere l’ora che arrivasse la notte per poterlo incontrare. Avevo bisogno di parlare con lui. Sentivo che queste nostre conversazioni in qualche modo mi stavano facendo bene, anche se nel concreto continuavo a non mettere nero su bianco nemmeno una parola. Ho sempre pensato che dentro ognuno di noi ci sia il seme per essere ciò che desideriamo. Dobbiamo solo trovare il modo giusto per innaffiarlo e farlo crescere come vogliamo, forse il modo che ho trovato è quello di una metafora, la metafora di uno scheletro. Tutti hanno uno scheletro nell’armadio, il mio è in cantina, fuma il sigaro, veste impeccabile e mi aiuta a  tornare a scrivere.


-Ma non potresti venire nel mio studio a parlare con me?

-No non posso..-

-Perché?- chiesi

-Perché posso manifestarmi solo qui…-

-Perché?-

-Perché questo è il posto dove riponi tutte le cose che non usi più….io sono una di quelle.-

Una risata gelida e un brivido lungo la schiena. 

-Tu e io siamo legati, spero che te ne renda conto.- disse lo scheletro fissandomi con quelle orbite nere -abbiamo un legame indissolubile. Esistiamo uno nell’altro.-

Non capivo bene quello che mi stava dicendo. Più ci riflettevo e meno ne venivo a capo. 

-Non c’è metafora senza che qualcuno l’abbia creata. Il concetto stesso di metafora senza creatore, non può esistere. La realtà stessa cesserebbe di esistere.-

Riflettevo sulle parole dello scheletro in silenzio. Tutto aveva una sua logica. Come nel mondo. Tutte le cose sono legate con un filo invisibile l’una con l’altra. Probabilmente anche io e lo scheletro eravamo legati l’uno all’altro con il filo invisibile della vita.

Meditavo su questi discorsi ma non riuscivo a giungere ad una conclusione. 

-Ascoltando le tue parole non riesco a giungere ad una conclusione. Dovrei provare a scrivere qualche pensiero qui insieme a te. Mettere nero su bianco i miei pensieri per provare a venirne a capo.- 

Avevo deciso di trasferire lo studio in cantina, li sarei stato in grado di scrivere e stare insieme allo scheletro per farmi aiutare a superare il mio blocco e cercare un modo per uccidere la mia metafora. Penso di essere davvero fuori di testa in questo momento. Uccidere una metafora. Come si uccide una metafora?


-In che senso vuoi metterti a scrivere in cantina?- 

Mi chiese Karen stupita dopo avergli spiegato che volevo portare lo studio nello scantinato.

-Come te lo posso dire…mi inizio a sentire più creativo in cantina, sento che la mia creatività è morta la sotto, in mezzo alle mie vecchie cose ed è lì che devo andarla a ricercare.-

Non ero convinto nemmeno io della risposta che avevo dato a mia moglie. Però in questo modo, la notte, avevo la possibilità di provare a scrivere insieme allo scheletro. 

Con molta fatica feci ordine nello scantinato e piano piano avevo portato le mie librerie con tutti i volumi che possedevo, il giradischi con la mia collezione di vinili, la scrivania e la sedia. Avevo lasciato il tavolo e la sedia dove si manifestava lo scheletro, facendo molta attenzione a non spostare nulla per paura che, se cambiassi qualcosa, lo scheletro non sarebbe più comparso. Dopo quasi tutta la giornata di trasloco, ero riuscito nell’intento. Avevo lasciato tutte le vecchie cose nello scantinato, pensavo che se avessi tolto qualcosa probabilmente lo scheletro avrebbe finito per manifestarsi in soffitta. Anche se non ne capivo il perché, tutto nella mia testa sembrava avere una sua logica.


-Ma perché tutta questa fatica per spostare tutto il tuo studio?- chiese mia moglie.

-Perché sento che lì sotto c’è la mia creatività ad aspettarmi tutte le notti…-

-Stai dormendo poco in questo periodo, guarda che brutte occhiaie che ti ritrovi, sembri uno scheletro!-

La frase di Karen mi lasciò molto perplesso/interdetto.


-Come hai perso la tua vena creativa?-

-Penso che la delusione per le critiche al mio ultimo romanzo mi hanno devastato…- risposi -non sono più stato in grado di scrivere una parola. Vorrei tanto tornare indietro…-

-Purtroppo possiamo solo andare avanti.-

-Indietro possiamo tornarci solo attraverso i ricordi.-

-Come pensi di uccidermi e superare questo blocco creativo?-

-Probabilmente se lo sapessi tu a quest’ora non saresti più nel mio scantinato.-

-Come ti è venuta la passione per la scrittura?-

Ammetto che la domanda mi colse di sorpresa. Non sapevo come rispondere. Dovevo tornare indietro con la memoria a tanti anni prima, quando ero un adolescente. Ma cosa mi aveva realmente spinto a iniziare a scrivere? Per rispondere a questa domanda dovevo scavare nel mio passato, ritrovare il mio bambino interiore, quello che passava ore a leggere fumetti o a guardare film, innamorato perso delle storie. Amavo leggere, amavo perdermi in mondi fantastici, in avventure senza fine, in loschi intrighi internazionali. E poi un giorno, la mia mente da bambino si chiese: perché non potrei inventarle anche io delle storie. Presi un bloc notes e una penna e cominciai a scrivere. Fu una sensazione meravigliosa, ancora, riesco a ricordarlo quel momento da bambino, in cui cominciai a scrivere una storia per la prima volta. Ero sempre io il protagonista di quelle storie, affrontavo draghi in mondi fantastici, spie al soldo del nemico, ero un soldato che cambiava le sorti della guerra. Mi accorsi che amavo raccontare storie attraverso la scrittura.

-Devi ritrovare questo spirito per tornare a scrivere- mi disse lo scheletro.

-Non è semplice. Ora non ho più quell’ingenuità che avevo da bambino. Dovrei rinascere….-

-Dovresti uccidermi…-


Uccidere una metafora. Eppure tra le cose che ci eravamo detti c’è stato un qualcosa che mi ha acceso una scintilla. Tempo fa discutemmo del fatto che io e lui siamo legati, ero giunto alla conclusione che la sua essenza è una parte di me. Lo scheletro l’ho creato io. Questa metafora l’ho creata io. Ma se in realtà fossi io la metafora? Cosa accadrebbe se non esistessi più? Anche lo scheletro cesserebbe di esistere? Forse è questo l’unico modo per uccidere una metafora. Uccidere il suo creatore. 


-Forse ho trovato un modo per ucciderti…- dissi rivolto allo scheletro.

-Quale sarebbe?- mi rispose.

-Ho capito che probabilmente non sei tu la metafora, sono certo di essere io la metafora tra noi. Pertanto se mi tolgo la vita sono sicuro che tu cesseresti di esistere. In questo modo riuscirei ad ucciderti-.

-E poi cosa pensi che succederà? Cosa ne sarà di te?-

Ci pensai su un attimo, alle conseguenze ancora non avevo pensato. Rimasi qualche momento in silenzio. 

-Spero di tornare finalmente me stesso. Non questo pallido impostore in cui mi sento rinchiuso.-

-E se non dovesse funzionare?-

-Deve funzionare.- 

Non potevo starci troppo a pensare, avevo preso una decisione, presi la lama di un taglierino dagli attrezzi che avevo nello scantinato e con un gesto deciso mi tagliai entrambi i polsi. Il sangue cominciò a sgorgare copiosamente sul pavimento. Ho pensato che andarmene così, sia il modo meno doloroso. Infatti stranamente non provai tanto dolore. Lentamente mi sarei addormentato senza rendermi conto di niente. Mi sedetti di fronte allo scheletro. Le sue orbite vuote e scure mi fissavano e il suo ghigno fu l’ultima cosa che mi ricordai prima che il mondo intorno a me diventasse tutto nero. Ero morto. 


Lentamente ripresi coscienza. Aprii gli occhi molto piano, la fioca luce della vecchia lampada verde e oro sul tavolino illuminò le mie mani che misi lentamente a fuoco. Ero vestito col mio smoking dei grandi eventi. In mano avevo un sigaro acceso, in bocca il sapore del tabacco. Nell’altra mano la penna stilografica. Davanti a me il taccuino rosso dove stavo scrivendo questa storia. Ero tornato. 


domenica 29 dicembre 2024

Gravity Timer

 


Da molto tempo volevo comprare un timer che mi permettesse di dedicare del tempo alla produttività. Navigando nei meandri di Amazon mi sono imbattuto in questo piccolo cubo e mi sono finalmente deciso a prenderlo. Era veramente da tanto che ci giravo intorno ad un timer privo di distrazioni. Non è la stessa cosa usare quello del telefono, il cellulare è una fonte inesauribile di distrazioni.  
Le funzionalità di questo gravity timer sono davvero semplici e intuitive. Basta ruotare il timer sul lato che si vuole impostare e parte il conto alla rovescia. Abbiamo quattro facce del cubo che impostano automaticamente 5/10/30/60 minuti, ruotando lo schermo in alto si mette in pausa ed è anche possibile impostare manualmente il timer col tempo che si desidera. Ha sia la vibrazione per non disturbare chi ci sta intorno, sia due livelli di volume per una suoneria. Piccolo e pratico, si porta ovunque.
Ormai è qualche giorno che lo uso  e devo dire che è uno strumento davvero utile per rimanere concentrati, soprattutto se si utilizza il classico metodo del pomodoro. Devo dire che ogni volta che mi metto ad usarlo riesco a mantenere un alto livello di concentrazione in quello che sto facendo. Avere un timer del genere è molto stimolante e lo consiglio davvero a tutte quelle persone che si distraggono facilmente. Per scrivere, studiare, leggere ed essere produttivi è veramente un mezzo fantastico. Non sottovalutate strumenti del genere, se siete alla ricerca di qualche prodotto che aiuti la vostra produttività, questo è proprio il genere di oggetto che fa per voi. Col senno di poi mi pento davvero molto di non averlo preso molto tempo prima.







domenica 1 dicembre 2024

Olivetti Lettera 22


Qualche tempo fa sono riuscito a realizzare un mio piccolo sogno nel cassetto legato alla scrittura. Erano anni che sognavo di avere nella mia modesta collezione di macchine da scrivere, anche una bellissima Olivetti Lettera 22 prima serie (quella dai tasti tondi) in buono stato.
Ora non voglio dilungarmi troppo su che impatto ha avuto questa macchina da scrivere in tutto il mondo, di come questa macchina da scrivere ha cambiato la vita di milione di persone, ne tantomeno al fatto che abbia vinto il compasso d'oro nel 1954 e un premio come miglior prodotto di design del secolo nel 1959 ed è ancora esposta in modo permanente (proprio dello stesso colore della mia) al museo di arte moderna di New York. Questa macchina da scrivere è storia e finalmente sono un felice possessore di questa fantastica Olivetti Lettera 22 in perfetto stato. 
Sono riuscito a trovarla su eBay ad un prezzo buonissimo, non me la sono lasciata scappare. Scriverci è meraviglioso, il feeling dei tasti è un qualcosa di pazzesco. Quando si prende il ritmo con la scrittura non ci si riesce a fermare. Sono proprio contento di essere riuscito finalmente a comprarla. Penso che in questo mondo digitale, in questa frenetica società moderna, oggetti analogici come questa macchina da scrivere, siano l'antidoto giusto per salvarsi dalla tossicità di tutti i giorni. 

 

Evasione estiva


 Sono molto fortunato ad avere una casa in montagna in Abruzzo, questa estate siamo scappati dal caldo infernale della città per andare a respirare un po' di aria fresca e pulita. Ho portato con me la mia macchina da scrivere Antares Compact del 61' e il mio taccuino Moleskine con la mia penna stilografica preferita Pilot Custom 74. Ho scritto molto e mi sono riposato dal caos quotidiano. 

Riprese fatte con fotocamera bridge Panasonic Lumix FZ330/300

Seguimi anche sul mio canale Youtube: https://www.youtube.com/@chriswriter84 




5 Motivi per cui fare Journling

 Prima di tutto bisogna fare una premessa, io scrivo da quando ho memoria, solo in questi ultimi anni si è voluto dare il nome journaling a una pratica che facevo ben prima di quando è esplosa questa moda.  Ho sempre tenuto un diario fin da quando ero piccolo. Non ho mai smesso di scrivere e di seguito vorrei provare ad elencare i motivi per cui, secondo me, fare questa pratica non può che migliorarci la vita. 

Motivo 1: La libertà. Scrivere regala un senso di libertà assoluto. Trovo che nella vita non ci sia forma più grande di libertà che la scrittura. Quando ci mettiamo a scrivere davanti a una pagina bianca, possiamo esplorare infinite possibilità, sia dentro che fuori di noi. Possiamo essere introspettivi, cercare di capire meglio noi stessi attraverso la scrittura dei propri pensieri. Oppure possiamo inventare storie, possiamo creare infiniti mondi e infiniti personaggi. Evadere dalla realtà quotidiana per capire meglio la realtà che ci circonda.

Motivo 2: Fare journaling aiuta a conoscere meglio se stessi. Riallacciandomi al primo motivo, mettere nero su bianco i propri pensieri ci aiuta a focalizzarci su di noi, sul nostro io. Più tiriamo fuori pensieri intimi e personali, meglio conosciamo il nostro vero io. Ovviamente quello che scriviamo decidiamo noi a chi farlo leggere. Un taccuino personale è personale. Intimo. Nessuno deve metterci mano ne tantomeno giudicare i nostri pensieri. Quindi levatevi dalla testa di non scrivere perché avete paura di essere giudicati. Quello che scrivere, se volete, rimane solo vostro. Siete solo voi giudice e giuria. 

Motivo 3: Fare journaling ci aiuta a focalizzare i problemi quotidiani che inevitabilmente la vita ci presenta giorno dopo giorno. Non posso affermare che facendo journaling troverete la risposta a ogni vostro problema, ma quello di cui sono certo è che aiuta moltissimo ad approcciarci nel migliore dei modi ai problemi che si presentano. Mi sono spesso accorto che quando pratico journaling, soprattutto di prima mattina appena sveglio, mi aiuta tantissimo ad affrontare la giornata, ad essere più stimolato e ad avere un'attitudine migliore ad approcciarmi alle rogne che quotidianamente e inevitabilmente  mi si presentano. 

Motivo 4: È un ottimo modo per fissare i propri obbiettivi. Attraverso la scrittura e la focalizzazione dei problemi si riesce a trovare sicuramente un modo per raggiungere i nostri obbiettivi o quantomeno si riesce a indirizzarci sulla strada per il loro raggiungimento. 

Motivo 5: Avere sempre con se un taccuino per fare journaling, significa avere sempre con se un posto in cui potersi rintanare ed evadere dalla quotidianità moderna che troppe volte ci aliena con la sua tossicità. Mettersi a scrivere e isolarsi dal resto del mondo per ritrovare se stessi è l'antidoto perfetto alla frenesia quotidiana. Un posto perfetto in cui restare in compagnia di se stessi. Aggiungete poi, il piacere di isolarsi magari con delle cuffie e della buona musica dal resto del mondo, il piacere di tenere tra le mani una stilografica e di tutto il rituale che c'è dietro. Lo staccarsi da questo mondo digitale per ritrovare se stessi in un qualcosa di analogico. Il piacere della scrittura a mano libera, quella sensazione di intimità che solo una stilografica riesce a regalare.  La bellezza di ascoltare un buon disco e scrivere lasciandosi trasportare dalla musica e dai propri pensieri. Il vedere prendere forma ai propri pensieri attraverso la parola scritta. 

Motivo extra: La scrittura, il tenere un diario personale per tenere traccia della propria vita, aiuta sicuramente a sviluppare sempre nuovi processi creativi . Si finisce che più si scrive e più nascono idee. 

martedì 23 luglio 2024

Olympia SM3 De Luxe, 1957


Qualche giorno fa, spulciando su eBay, sono capitato su un'asta in cui avevano messo in vendita questa bellezza. Ora io non so come ci sia riuscito, ma fatto sta che mi sono aggiudicato l'asta per questa macchina da scrivere veramente ad un prezzo irrisorio. Questo modello di macchina da scrivere, in ottimo stato, arriva ad avere delle cifre folli. Comunque fatto sta che sono riuscito ad aggiudicarmi questa magnifica Olympia SM3 De Luxe. Quando è arrivata aveva qualche piccolo difettuccio, ma niente che non sia riuscito a risolvere con delle regolazioni, mi piace mettermi a revisionare vecchie macchine da scrivere e tante cose riesco a farle anche da solo. Aveva qualche problema di allineamento del carrello e dei caratteri, aveva bisogno di una bella lubrificata e qualche altro piccolo particolare da sistemare. In poco tempo sono riuscito a far tornare praticamente nuova questa bellezza e a farla funzionare quasi come fosse appena uscita dalla fabbrica. Dal numero seriale sono riuscito a risalire all'anno di fabbricazione, 1957. Questa macchina da scrivere ha quasi 70 anni ed è ancora un gioiellino. Adesso è qualche giorno che la sto usando e sto notando ancora un ulteriore miglioramento della sua meccanica, probabilmente era ferma da parecchio. Bellissima anche la sua custodia originale, tenuta abbastanza bene. Sicuramente era tenuta chiusa in qualche ambiente che l'ha mantenuta davvero in ottimo stato. Si può dire che non ha nemmeno un graffio e sembra davvero che sia appena stata prodotta. 
Amo questo genere di oggetti vintage e mi piace da morire usarli, con questa macchina da scrivere ho davvero fatto un affare. Il feeling è pazzesco e fin da subito posso dire che sia diventata la mia macchina da scrivere preferita tra le sei che ho a casa. Mi piace tutto di questa Olympia SM3, dal suono dei tasti al design, dalla meccanica alla sua precisione. Mi sono letteralmente innamorato di questa macchina da scrivere e sono sicuro che trascorrerò insieme a lei dei momenti fantastici. 



 

martedì 16 aprile 2024

La clessidra magica


     John era un operatore ecologico, ovvero un modo elegante per dire che puliva le strade. Era una persona semplice, amava molto le “cose” di una volta. Riteneva che gli oggetti di un tempo possedessero un anima. Macchine da scrivere, penne stilografiche, orologi meccanici e giradischi gli piacevano da impazzire. Aveva un vecchio orologio meccanico dal quale non si separava mai e difficilmente si dimenticava di caricarlo. Spesso si sentiva un po' come il suo orologio. Un qualcosa di analogico in un mondo digitale. Amava leggere e soprattutto scrivere, ma i suoi impegni lavorativi e la famiglia, gli occupavano sempre gran parte delle sue giornate. Il tempo per scrivere era sempre poco. Leggere e scrivere erano le sue passioni. Riuscire a scrivere un libro era il suo più grande sogno che in trentadue anni di vita non era riuscito ancora a realizzare. Aveva una moglie e una figlia stupenda e non poteva desiderare di più nella vita. Era molto felice e non gli mancava nulla. Ma ancora non era riuscito a realizzare il suo più grande sogno. Scrivere il suo libro. Sognava di diventare uno scrittore e riuscire a guadagnarsi da vivere con la sua scrittura. Secondo lui però, era sempre il tempo a mancargli. La sera tornava troppo stanco per mettersi a scrivere e non riusciva mai a creare un bel niente. La cosa lo deprimeva, voleva realizzarsi come scrittore ma un blocco dentro di lui glie lo impediva. Spesso non riusciva nemmeno a leggere tanto si deprimeva.


Un giorno di sciopero generale non doveva presentarsi al lavoro e decise di farsi una bella passeggiata per delle zone vicino casa che non aveva mai visitato. Essendo un gran passeggiatore decise di cimentarsi nella visita di quelle stradine secondarie che non mai aveva visto prima. Senza volerlo si ritrovò per una piccola via appartata dalle grandi strade principali e notò un piccolo negozio con un'insegna molto particolare. Un mago dal grande cappello a punta che sembrava intento a leggere una palla di cristallo. L'insegna era in ferro battuto e penzolava sopra la porta d'ingresso. Sopra si poteva leggere: La bottega del mago, rimedi magici per tutti.

Vinto dalla curiosità John decise di entrare in questo strano negozio. A suo parere era uno di quei posti che vendevano strani souvenir per turisti alternativi. Però la curiosità aveva avuto la meglio ed entrò.

L'interno del negozio confermava l'idea che si era fatto da fuori. Il forte odore di legno lo colpì appena varcato l'ingresso, sembrava di trovarsi in una bottega medioevale. Pavimenti e pareti erano tutte in legno e sul soffitto c'erano grosse travi che lo sostenevano. Gli oggetti, esposti in grandi scaffali, erano tra i più eccentrici che John avesse mai visto. C'erano alla rinfusa orologi a pendolo dalle più svariate forme, bambole dagli aspetti più strani, ciondoli, vecchi libri, piccoli scrigni, ampolle, sfere di cristallo, bottiglie dalle forme assurde, penne d'oca, quadri, specchi, e tanto altro che persona sana di mente non avrebbe potuto capire cosa fosse. Sembrava il più strano negozio di antiquariato che avesse mai visto. Dietro al bancone c'era un vecchietto che colpì molto John per il suo aspetto stravagante. Aveva una lunga barba bianca e indossava una vestaglia color azzurro, cappello a punta dello stesso colore e un paio di occhiali spessi come un fondo di bottiglia. Sorrideva cordialmente al nuovo arrivato.


-Buonasera signore, come posso aiutarla?-

La voce era proprio quella di un simpatico vecchietto, accesa e molto colorata.

-Ehm salve, non ero mai stato da queste parti eppure abito qui vicino e non avevo mai notato questo negozio, ero entrato per dare un occhiata incuriosito dall'originale insegna del negozio.-

-Oh oh oh, benvenuto alla bottega del mago, siamo sempre aperti e può trovarci solo chi ne ha un disperato bisogno.-


John non capì molto le parole del negoziante e fece finta di niente guardandosi intorno. Pensava che il vecchietto non avesse tutte le rotelle al loro posto. La sua attenzione fu colpita da una bellissima clessidra ornata da pietre preziose e posta sopra uno scaffale di fianco ad altri oggetti indefinibili.

-Oh vedo che la clessidra ha scelto lei...mhm si, credo proprio che abbia ragione, su la prenda è stato scelto da quest'oggetto e non può tirarsi indietro, adesso deve prenderlo altrimenti non funzionerà con nessun altro!-.


Lo stupore di John divenne perplessità, il vecchietto aveva sicuramente qualche problema. Ora tra se e se pensava che fosse meglio togliere il disturbo prima che la situazione si facesse più strana di quello che era.

-Guardi in realtà andrei di fretta, ero entrato giusto per dare un'occhiata veloce...sa, ho mia moglie e la piccola a casa che mi aspettano e ho i minuti contati. Negozio molto interessante comunque, ripasserò sicuramente, arrivederci.-

Detto questo, John stava per andarsene quando il vecchietto con un tono di voce più profondo ma allo stesso tempo dolce e rassicurante disse:

-Suvvia John, sua moglie è al lavoro e sua figlia a scuola, non ha affatto i minuti contati e no, le mie rotelle sono tutte al loro posto e funzionano molto bene da molto più tempo di quanto tu riesca ad immaginare...- John rimase a bocca aperta. Sconcertato e del tutto spiazzato per qualche secondo non spiccicò parola, poi iniziò a pensare che fosse tutto un elaborato scherzo di qualche suo amico, ma la cosa, comunque, era molto strana. -...si in effetti la cosa è molto strana- proseguì il vecchietto -ma non è uno scherzo, è tutto vero-.


John era allibito, era senza parole e si guardava nervosamente intorno. Intanto il vecchietto fece il giro del bancone e si avviò verso lo scaffale in cui era riposta la clessidra. La prese e la porse a John.

-Ecco qui, se la clessidra l'ha scelta significa che lei è una persona alla disperata ricerca di tempo-.

-Mi scusi signore, ma inizio a non capirci più nulla, come fa a sapere il mio nome? E poi che posto è mai questo?-

-Be pensavo che fosse chiaro che tipo di negozio fosse, l'insegna lo dice chiaramente, La bottega del mago e ovviamente, io, sono il mago. Questo negozio ha la caratteristica di apparire solo alle persone che ne hanno un disperato bisogno e io sono in grado di aiutarle, o meglio, sono gli oggetti qui presenti che riescono a risolvere i loro problemi. L'oggetto sceglie il suo nuovo proprietario in base al suo problema. Sono oggetti magici, ad esempio, questa clessidra ha scelto lei perché ha sentito che ha un disperato bisogno di più tempo per ciò che le sta a cuore. Come scrivere un libro magari-.


A queste parole John rimase stupefatto. Non riusciva a capacitarsi del posto in cui era capitato e dello strano proprietario che gli parlava di oggetti magici e dei suoi sogni come se lo conoscesse da tutta la vita. L'idea che fosse tutto un elaborato scherzo tornava ad affacciarsi nella sua testa.

-Ma come diavolo fa a sapere tutte queste cose?-

Glie l'ho detto, sono un mago, questi oggetti scelgono i loro proprietari, ma solo alcuni hanno il dono di poter entrare qui. Io faccio solo da tramite-.

John era incredulo, del tutto spiazzato e non sapeva cosa dire, osservò la scena tentando di essere il più razionale possibile ma non riusciva assolutamente a capire un bel niente di quello che gli stava succedendo. Il vecchietto aveva l'aria sincera e il suo tono di voce era rassicurante e per nulla truffaldino. In un altra situazione avrebbe pensato che lo volessero truffare e che tutto fosse un elaborato piano per estorcergli dei soldi. Eppure i modi del vecchio suscitavano in lui una fiducia che non riusciva a spiegarsi, era come incantato dalle sue parole. Il pensiero che fosse tutto vero cominciò a fare breccia nel suo cuore.

-Ok, quindi mi sta dicendo che questa clessidra riuscirà a risolvere i miei problemi? E in che modo?-

-Guardi...-

Il vecchietto ruotò la clessidra, John non notò nulla di strano ma dopo qualche secondo si rese conto che la sabbia non scendeva. Pensò che forse il vecchietto era veramente un truffatore e voleva rifilargli un oggetto che nemmeno funzionava. -...no non voglio truffarti e si, la sabbia non scende perché ruotando la clessidra in questo modo, il tempo si ferma. Così ne avrà finalmente tutto quello che le potrà servire. Per far tornare il tempo a scorrere basta rimettere la clessidra nella sua posizione originaria. Purché funzioni lei dovrà chiudersi in una stanza da solo e capovolgere la clessidra. Semplice no!-.

John era sconcertato, sapeva in cuor suo che il vecchietto lo stava prendendo in giro, eppure il suo modo di parlare, il tono di quella voce, sembrava crederci davvero in quello che diceva. Ma come poteva una clessidra riuscire a fermare il tempo? Aveva l'impressione di ritrovarsi in un racconto del fantastico; magari fosse vero. Ora si sentiva in difficoltà. Aveva preso in simpatia il vecchietto e non voleva dargli un dispiacere andandosene a mani vuote. Avrebbe comprato lo stesso quella vecchia clessidra rotta.

-Ok, mi ha convinto, la prendo. Quanto verrebbe a costare questa clessidra?-.

Il vecchio sorrise amabilmente e disse:

-Lei non mi crede...ma poco importa. La clessidra non è in vendita, lei, è stato scelto da questo oggetto ed è quindi già suo, le è stato tenuto da parte per molto tempo e adesso può riprenderselo. Ne è il legittimo proprietario-.


Detto questo il vecchietto si avviò dietro il bancone e ripose la clessidra all'interno di uno scrigno di legno ornato di pietre scintillanti e incisioni indefinibili. John era sconcertato, non riusciva a capacitarsi di questa situazione tanto bizzarra. Il vecchietto stava addirittura per regalargli quell'oggetto, che seppur rotto, aveva sicuramente un certo valore, vista anche la bellezza della scatola. Eppure il vecchietto glie la stava porgendo con un dolce sorriso stampato in faccia. Era sincero.

-Scusi ma...davvero non mi costa nulla? Anche se la clessidra non funziona non vedo per quale motivo non la dovrei pagare. La scatola poi, sembra essere di un certo valore.-

-La clessidra è sua, si fidi di me, funziona benissimo e se ne renderà presto conto. Un ultimo avvertimento. Gli oggetti magici non vanno mai usati con superficialità, possono anche danneggiarci. Sta nell'uso che si decide di farne a fare la differenza. Il tempo è un bene prezioso, il più prezioso che ci sia. Lo usi con saggezza. E un ultima cosa...- il vecchietto diede la scatola a John. Si avvicinò al viso e guardandolo ben dritto negli occhi continuò: -...non deve parlarne mai con nessuno, ne della clessidra ne di questo posto!-.

John era incerto su cosa rispondere, la situazione era diventata surreale.

-Va bene...non ne parlerò con nessuno, però ora devo proprio andare, arrivederci e grazie mille!-


Detto questo prese la scatola e uscì dal negozio ponendosi mille domande su quanto appena successo. Era entrato per curiosità in un negozio e ne era uscito con un qualcosa che gli era stato addirittura regalato. Un bel colpo di fortuna pensò tra se e se mentre si allontanava e svoltava qualche angolo. Decise che ci sarebbe tornato un giorno o l'altro anche con sua moglie nonostante lo strano avvertimento del vecchietto. Tornò indietro per memorizzarsi la strada ma non riuscì più a trovare la via di quel negozio. Sembrava essere scomparso. Eppure aveva fatto solo pochi passi ma non ci fu proprio verso di ritrovare quella strana insegna. Pensò in cuor suo che forse stava invecchiando.


John tornò a casa di ottimo umore. Le ultime parole del vecchietto gli rimasero molto impresse e decise, non che ci sia nulla di male, di non raccontare alla moglie quanto gli fosse capitato. C'era nella voce di quel vecchio un qualcosa di molto convincente. Alla fin fine, sarebbe stato il suo piccolo e innocuo segreto. Decise quindi di mettere la clessidra fuori dalla vista della moglie e la ripose chiusa nella sua scatola nell'ultimo cassetto della scrivania, vicino alle ricariche per le penne stilografiche. Se mai la moglie l'avesse trovata, gli avrebbe raccontato la storia di questo strano incontro.


Era ora di pranzo. Sia la clessidra, il negozio e lo strano vecchietto passarono in secondo piano. Si mise a preparare da mangiare e poi, dopo aver pranzato provò a mettersi un po' a scrivere. Iniziò a fissare il foglio bianco ma non riusciva a tirare fuori nulla di leggibile. Decise di aggiornare il suo diario, ogni scrittore ne ha uno. Lui ne aveva uno bellissimo rilegato in pelle con una fettuccia di cuoio che serviva a chiudere il volume avvolgendolo. Fu un regalo della moglie di qualche anno prima, quando John gli confidò la sua passione per la scrittura. Da quel giorno aveva iniziato a scriverci i suoi pensieri, nulla di tanto profondo, ma l'atto di scrivere in se, lo faceva stare bene, lo rendeva felice e si sentiva libero. Solo che non voleva scriverci con una penna qualunque, per un oggetto del genere serviva una penna altrettanto speciale. Una stilografica. Ne possedeva gelosamente svariate e, a rotazione, le utilizzava tutte. Scrisse fino a che non ritornarono a casa la moglie con la piccolina.

John non disse alla moglie di quanto successo durante la mattinata e così trascorse il resto del pomeriggio giocando con la piccolina e aiutando la moglie nelle faccende domestiche.


Passarono i giorni e si era completamente dimenticato della clessidra. Un sabato, dopo aver pranzato e messo la bimba a riposare, era riuscito a ritagliarsi circa un'ora per scrivere qualcosa. Avere però i minuti contati lo metteva di malumore. Dentro di se sapeva che non avrebbe concluso nulla. Pensava più al tempo che gli restava a disposizione piuttosto che a quello che realmente aveva intenzione di scrivere. Iniziò a buttare giù qualche riga ma si accorse che la sua stilografica aveva finito l'inchiostro. Aprì l'ultimo cassetto della scrivania per prendere una ricarica e vide la scatola della clessidra. Gli tornarono subito in mente le parole del vecchietto. Pensò sorridendo a quale assurdità gli stava venendo in mente e alla sua ingenuità. Ma in fondo, che gli costava provare? Anche la moglie stava per mettersi a riposare e lui ne voleva approfittare per scrivere. Voleva provarci.

-Amore, se vai a riposare io mi chiudo nello studio a scrivere qualcosa, almeno così non ti disturbo.-

-Ok caro, puoi però farmi la cortesia di svegliarmi tra un'ora? Avrei anche io delle cose da fare. Ci vediamo dopo, bacio!-


Si salutarono con un affettuoso bacio e John si chiuse nello studio. Aprì la scatola e tirò fuori la clessidra, la rigirò e la posò sulla scrivania. Ovviamente la sabbia non scendeva.

“Bella fregatura che ho preso con questo oggetto, bhe, quantomeno è molto bello e sulla scrivania ci sta benissimo” pensò tra se e se. Non sapendo cosa scrivere, decise di mettersi a raccontare quel bizzarro incontro con quel vecchietto nel suo stravagante negozio. Si tolse l'orologio dal polso e lo mise vicino alla clessidra. Segnava le due.

Scrisse minuziosamente tutta la scena, lo strano negozio, i dialoghi e le sensazioni che aveva provato. Non si rese conto di aver scritto pagine e pagine di dettagli, pensieri e idee sulla clessidra e sul vecchio. Non fece nemmeno caso al tempo che trascorse scrivendo e si era completamente dimenticato di svegliare la moglie dopo un'ora. Guardò l'orologio affianco alla clessidra e segnava ancora le due.

“Cavolo ci mancava che l'orologio si fermasse adesso, devo aver dimenticato di caricarlo” pensò. Uscì di fretta dallo studio urtando la scrivania e fece rovesciare la clessidra. Non poté notare che in quel momento si era stranamente ribaltata da sola.

-Amore scusami, non mi sono reso conto del tempo che passava e ho dimenticato di svegliarti.-

-Ma che stai dicendo? Sei appena entrato nello studio e sei subito uscito! Mi sono appena sdraiata!-

-Cosa dici? Saranno passate quasi due ore da quando sono entrato nello studio!-

-Senti, smettila di giocare come al tuo solito e fammi riposare per un po' che ne ho bisogno. Ho avuto una settimana molto pesante al lavoro.-


John era sbigottito, eppure sua moglie era seria. In un lampo gli tornò in mente la clessidra e rimase a bocca aperta, tornò nello studio e tutte le pagine che aveva scritto erano li. Non c'era dubbio che fossero trascorse almeno un paio di ore. Poi osservò la clessidra e notò che era rivolta nella posizione in cui il tempo sarebbe tornato a scorrere normalmente. Riprese l'orologio che aveva lasciato sulla scrivania prima di mettersi a scrivere e notò che le lancette erano di nuovo in movimento. La clessidra aveva fermato il tempo. Il vecchio non mentiva. Era tutto vero.


Da quel momento tutto fu diverso, da un giorno all'altro John ora aveva tutto il tempo che desiderava. Stava vivendo un sogno. Stentava a crederci, eppure la clessidra funzionava veramente. Poteva fermare il tempo ogni volta che voleva. I primi giorni, emozionato dalla scoperta, non si dedicò affatto alla scrittura. Si chiudeva nel suo studio, ruotava la clessidra e iniziava a fare tutto tranne che scrivere. Ogni volta che tornava da lavoro, si chiudeva nel suo studio e fermava il tempo. Leggeva, guardava film, sonnecchiava e ogni tanto scriveva qualche pagina nel suo diario. Ma di scrivere seriamente, nonostante ora avesse tutto il tempo del mondo, ancora non c'era riuscito. Stentava. Si diceva che tanto aveva tutto il tempo di questo mondo, prima o poi avrebbe scritto il suo grande romanzo e realizzato il suo più grande sogno. Che fretta aveva? Non c'era quindi verso che si mettesse a lavorare seriamente. Aveva troppe distrazioni e i suoi pensieri se ne andavano sempre altrove. Dopo un periodo che aveva fatto di tutto tranne ciò che si era prefissato, volle mettersi seriamente a scrivere. Ma inutilmente. I giorni passavano, settimane, mesi ma niente, non era riuscito a combinare nulla. Fissava la pagina bianca e non riusciva a scrivere, zero idee, il vuoto totale. Non c'era verso che personaggi o storie gli uscissero fuori. Viveva in una totale crisi creativa. Anche il suo umore iniziò a risentirne, aveva tutto questo tempo che desiderava ma si rese conto che lo stava solo sprecando. Sentiva di buttarlo via. Ogni volta che voleva scrivere sul serio non ci riusciva, finiva per distrarsi con altro. Iniziò a diventare insofferente a tutto e spesso finiva col litigare con sua moglie o sgridare sua figlia per delle sciocchezze. Più il tempo passava, e più il suo malessere cresceva. Anche il non poter far parola con nessuno della clessidra lo logorava. Aveva il disperato bisogno di parlarne con qualcuno. Ma il vecchio era stato categorico. Nessuno doveva sapere della clessidra. Probabilmente, pensò, se ne avesse parlato con qualcuno la magia sarebbe scomparsa e la clessidra sarebbe diventata solo un banale oggetto, un semplice soprammobile. Un giorno, in cui era particolarmente stressato da questa situazione, decise di tornare a cercare la bottega del mago. Aveva bisogno di parlare con il vecchio. Forse lui poteva dargli il giusto consiglio per questo suo malessere.


Si avviò verso la zona in cui, mesi prima, aveva trovato quello strambo negozio. Ma nonostante avesse fatto avanti e indietro tra quelle vie per ore ed ore, non ci fu verso di ritrovare quella bottega. Si ricordò che il vecchio disse qualcosa a proposito che, solo chi ne aveva davvero bisogno, poteva trovare quel negozio. Lui ora ne aveva un disperato bisogno ma non riusciva a ritrovarlo. Girovagò ancora per qualche ora ma invano. Se ne tornò verso casa abbattuto, stanco e più depresso di prima. Aveva tutto il tempo del mondo eppure sentiva che lo stava sprecando in sciocchezze. Cosa stava sbagliando? Dentro di lui si sentiva un fallito, un perdente. Sognava di essere uno scrittore , di scrivere il suo romanzo e poi quando era il momento di fare sul serio non riusciva a tirare fuori un bel niente. In quel momento, si rese conto che forse il suo problema non era proprio la mancanza di tempo che non lo faceva scrivere, ma c'era qualcosa in lui che non gli permetteva di farlo. Il tempo che non aveva era solo la sua solita scusa per non mettersi d'impegno a scrivere seriamente. Forse, non ci teneva abbastanza al suo sogno, ecco perché non ci riusciva. Eppure dentro di lui il sogno di scrivere un romanzo, il sogno di diventare uno scrittore e mantenersi con ciò che scriveva, era sempre vivo in lui, lo sentiva crescere dentro di se giorno dopo giorno. Quasi lo poteva toccare, era un qualcosa di tangibile e non poteva negare quello che provava. Voleva a tutti i costi scrivere. Non pretendeva di diventare il più grande scrittore del mondo, non gli importava nulla se avrebbe avuto o no successo con la scrittura. Ciò che voleva era solo scrivere un romanzo, e poi un altro, e poi un altro ancora. Sentiva che questo voleva fare nella vita. Diventare uno scrittore. E nulla e nessuno al mondo potevano impedirglielo. Non aveva bisogno di nessuna clessidra magica. Ma solo del suo cuore e credere nel suo sogno. Credere in se stesso, solo lui poteva realizzarlo. Prese una decisione. Appena tornato a casa si sarebbe disfatto della clessidra. Fu in quel momento che, senza rendersene conto si ritrovò davanti alla bottega del mago. Entrò senza esitazione.

-Bentornato mio giovane amico, è riuscito a scrivere il suo libro?-

Chiese il vecchietto con un dolce sorriso sulle labbra.

-Decisamente no e avevo ragione, la clessidra non funziona, anche se riesco ad avere tutto il tempo che desidero, non riesco a scrivere un bel niente. Ho intenzione di portarla indietro. Ho capito che non sarà certo grazie alla clessidra che riuscirò a scrivere il mio romanzo. Anzi avere più tempo a disposizione è una dannazione e mi ha fatto capire quanto invece lo sprechi solo in stupidaggini, senza riuscire a combinare nulla di costruttivo. Penso di non avere più bisogno della clessidra. Vorrei riportargliela.-

Il vecchio rimase per qualche istante in silenzio. Poi in maniera dolce e benevola disse:

-Oh...in realtà, se dice questo, vuol dire che la clessidra ha funzionato a dovere. Vede, la clessidra, da sempre, rappresenta il tempo. Il tempo che ognuno di noi ha a disposizione e che deve impiegare nel migliore dei modi poiché, prima o poi, è destinato a finire. Avere tutto il tempo che si desidera e utilizzarlo per ciò che non è realmente importante, è solo uno spreco. Lei se ne è reso conto molto presto. Il precedente proprietario della clessidra non fu così intelligente da capire che questo oggetto magico aveva ben altro scopo. Quello di capire che il tempo è il bene più prezioso che si ha. Bisogna viverlo più felicemente possibile poiché nessuno ce lo potrà mai dare indietro.-

-Che fine ha fatto il vecchio proprietario della clessidra?- Chiese John incuriosito.

-Quando ha capito di avere a disposizione tutto il tempo di questo mondo, perse di vista i suoi sogni. Non faceva altro che divertirsi, giocare e abusarne. Fino a che, i suoi eccessi, lo hanno portato alla morte. Entrò in un vortice di tentazioni dal quale non riusci più ad uscirne. Fu un bel problema per me visto che morì mentre aveva fermato il tempo...ma questa è un'altra storia. L'importante, ora, è che lei sia riuscito a capire il vero significato del tempo che ci è concesso di vivere. Non lo sprechi.-

-Che devo fare con la clessidra? Posso portargliela domani? Non vorrei più averla in casa.-

-Glie l'ho già detto l'ultima volta, la clessidra ormai è sua. La deve tenere, ma non credo che ormai funzionerà più. E non si preoccupi, prima o poi, quell'oggetto, in un modo o in un altro, tornerà in questo negozio. E' sempre stato così.-

Queste parole suonarono molto strane a John, pensava che fosse inutile ribattere al vecchietto.

-In questo caso la saluto, torno a casa a scrivere il mio romanzo!-


E così fece. Ora scrivere lo rendeva felice come non mai fino ad ora. Si mise di impegno e finalmente riuscì a scrivere il suo primo romanzo. Provò a farlo leggere a qualche editore e riuscì anche a farselo pubblicare ottenendo un discreto successo. Col suo secondo libro ebbe più fortuna, e tutti i suoi libri successivi gli permisero di vivere solo della sua scrittura e continuarlo a fare per il resto della sua vita. Proprio come aveva sempre sognato.


Un giorno, dopo essere diventato uno scrittore di successo, decise di riprovare la clessidra. Si chiuse nello studio della sua nuova casa e si mise alla scrivania. Prese la clessidra dall'ultimo cassetto, la capovolse, e la sabbia iniziò a scendere.



Giugno 2017

lunedì 8 aprile 2024

Dylan Dog - Terra funesta n.451


Ieri, dopo aver visto l'ennesimo commento positivo per questo nuovo albo mensile dell'indagatore dell'incubo, mi sono deciso a prenderlo. Le aspettative erano alte e non sono state affatto deluse, anzi, la storia di questo nuovo numero di Dylan Dog mi è veramente piaciuta tanto. In qualche modo, se proprio devo trovargli un difetto e sforzandomi di farlo, è: mi aveva talmente preso che l'ho letta tutta d'un fiato e mi sarebbe piaciuto fosse durata ancora una trentina di pagine. Ma ovviamente per scelte editoriali capisco che il numero di pagine quello è e quello deve essere rispettato per questi volume e la storia deve necessariamente rientrare in determinati canoni. Forse una storia del genere meritava molto più spazio.

Tolto quello che in realtà non è di certo un difetto passiamo ai pregi senza dover fare spoiler su nulla. 

Storia, scritta e sceneggiata da Dario Sicchio, senza troppi giri di parole è favolosa, ci ho visto parecchie influenze dai romanzi di Stephen King e da serie TV come Stranger Things. Sicchio ha creato una storia disturbante che riesce a tenerti incollato alle pagine dall'inizio alla fine. I disegni, per mano di Riccardo Torti, riescono a far esplodere con forza la scrittura di questa storia, con tavole magnifiche e inquadrature cinematografiche di tutto rispetto, per non parlare del tratteggio e di molti chiaroscuri da pelle d'oca.  Le tavole sono dinamiche, e non si perdono in staticismi inutili. Quello che ne viene fuori è un qualcosa di fluido che funziona alla grande. Storia e disegni si arricchiscono l'un l'altro facendo emergere entrambi i talenti dei loro autori. Ci ho visto davvero una gran bella sintonia che mi auguro di rivedere anche in futuro. Davvero un bel numero questo di Dylan Dog che non posso che consigliare. 

Ultimo consiglio che mi sento di dare è quello di leggerlo con della musica di sottofondo, la musica che sceglierei è la colonna sonora di Twin Peaks, composta dal compianto maestro Angelo Badalamenti.


Note di copertina:

Quando Dylan giunge in quella remota cittadina per cominciare l’indagine, si trova immerso in una fitta nebbia dalla consistenza innaturale. Ben presto, si rende conto che ci sono troppe cose fuori posto: non ricorda più chi lo ha ingaggiato e, dal ventre della fabbrica, proviene uno strano richiamo a cui non può sottrarsi. La soluzione dell’enigma sembra annidarsi dietro il volto del misterioso Trevor e nel legame che ha stretto con una terra marchiata da indicibili orrori…
 

sabato 6 aprile 2024

Antares Compact, nuovo arrivo.

 


Qualche giorno fa sono capitato in un mercatino dell'usato. Ci passavo sempre davanti e mai che mi fossi fermato per dare un'occhiata. Stavolta, visto che avevo tempo, ci ho fatto una capatina. Non cercavo nulla di particolare, tanto meno una nuova macchina da scrivere dato che poco tempo fa ho trovato una stupenda Olivetti STUDIO 46 che sembrava nuova. 

Ebbene tra le macchine da scrivere mi cade l'occhio su una valigetta color carta da zucchero molto piccola, nascosta sotto una vecchia macchina da scrivere in condizioni pessime e dal costo decisamente fuori dal mondo. La vado a tirare e apro la valigetta. Ecco che mi ritrovo davanti questo gran bel pezzo di macchina da scrivere. Una magnifica Antares Compact degli anni 60' fatta in Italia in ottimo stato. Per soli 23€ sarebbe stato un delitto lasciarla nel negozio. Così l'ho presa senza neanche starci a pensare troppo. 

Quando sono tornato a casa non vedevo l'ora di metterci mano. Aveva bisogno giusto di qualche piccolo accorgimento. Ovviamente i nastri erano molto secchi e andavano sostituiti, c'erano ancora quelli originali e con mia grande sorpresa il vecchio nastro era blu e rosso, non lo avevo mai visto prima, però era veramente troppo secco per poterlo usare. Così ho subito ordinato su Amazon dei nuovi nastri d'inchiostro nero e rosso che sono arrivati il giorno dopo. Poi la macchina da scrivere aveva bisogno di una pulita e una lubrificata e il mio buon vecchio WD40 ha fatto il suo sporco lavoro in un attimo. Qualche spruzzata su tutti gli ingranaggi ed è tornata a nuova vita. Poi ho dovuto incollare un paio di tasti che erano un po' lenti e infine ho messo dei gommini antiscivolo adesivi per tenerla ferma quando ci si scrive. Per avere i suoi più di sessant'anni suonati, questa macchina da scrivere è tornata ad essere nuova! Quel bellissimo look vintage mi fa pensare che fosse appartenuta a qualche giornalista degli anni sessanta, me lo immagino seduto al tavolo con la sigaretta in bocca e un bicchiere di whiskey intento a scrivere freneticamente il suo scoop con la sigaretta che gli si consuma fra le labbra.
 
Sono proprio contento di questo mio nuovo acquisto, mi piace da morire e prevedo dei bellissimi momenti che trascorrerò insieme a questa bellissima macchina da scrivere. In mondo sempre più frenetico e tossico, la scrittura lenta potrebbe essere un ottimo antidoto.

sabato 30 marzo 2024

Scheletri

 


Ero nella mia stanza d’albergo, stavo aspettando. 
Mi ero appisolato un momento sul letto della camera quando mi svegliai di soprassalto. Avete presente quando sognate di cadere e vi svegliate nell’esatto momento in cui state per toccare terra con il cuore che schizza a mille? Bene, mi sono svegliato di colpo così. Ero tutto sudato e un assordante silenzio regnava nella stanza. Sembrava quasi che tutti i rumori e i suoni fossero stati risucchiati da qualcosa. 
La mia camera non era molto grande ma c’era spazio anche per un tavolo con quattro sedie e un divano. Mi alzai dal letto e mi asciugai il sudore dalla fronte con la mano, era gelido. Mi voltai e nonostante quello che mi si parò davanti avrebbe dovuto spaventarmi a morte, il cuore saltò giusto un battito, poi ricominciò a battere normalmente. Quattro scheletri stavano giocando a carte e fumavano dei sigari, sul tavolo solo una lampada ad illuminare la scena. 
Forse stavo ancora sognando. Si accorsero di me, ero ancora seduto al letto che li osservavo incuriosito. Per un attimo si immobilizzò tutto quanto, il tempo sembrava essersi fermato. Gli scheletri mi fissavano dalle loro orbite vuote e scure, eppure potevo sentire sulla pelle il loro sguardo penetrante. Trascorsero alcuni momenti che sembravano minuti interminabili. Mi resi conto che la stanza era buia, illuminata solo da una piccola lampada al centro del tavolo. Strano che non avevo notato una cosa del genere.  Mi alzai e mi avvicinai al tavolo coi quattro scheletri, ripresero a giocare a carte come fosse la cosa più naturale del mondo e poi notai, che oltre il tavolo, sul divano, appena illuminata da una luce soffusa, un corpo nudo di una donna addormentata. Si percepiva appena il suo respiro. Il mio sguardo poi passò lungo il divano passando dai piedi della donna che dormiva. Li affianco, totalmente in ombra, la figura di una persona su una sedia a rotelle attaccata ad una flebo. Il suo rauco respiro era l’unico rumore della stanza. Anche gli scheletri, nonostante stessero giocando a carte, non producevano alcun rumore. Il respiro di quell’uomo invece si, e man mano si faceva sempre più assordante, un suono profondo che sembrava provenire dall'oltretomba. Dovetti tapparmi le orecchie con le mani tanto si era fatto assordante il rumore di quel respiro. Chiusi anche gli occhi stringendoli fortissimo, contrassi il corpo nel vano tentativo di riuscire a sparire. Poi all’improvviso non udii più nulla. Silenzio totale, lentamente avevo riaperto i miei occhi e tolto le mani dalle orecchie. Ero seduto affianco al divano, su una sedia a rotelle e nel mio braccio potevo vedere conficcato un ago collegato ad una flebo. Non capivo, sul divano la figura della donna addormentata non c’era più, i quattro scheletri invece giocavano ancora a carte. Solo che avevano qualcosa di diverso ora, era come se avesse cominciato a crescere intorno alle ossa della carne viva, grondante di sangue. Ora ad osservarli meglio sembravano avere dei tessuti muscolari attaccati alle ossa, il pavimento era bagnato e sporco di sangue. Pensavo che avessero dovuto provare dolore, invece sembravano totalmente incuranti del sangue che gli colava dal corpo continuando a fumare i loro sigari e giocando a carte. Provai ad alzarmi ma non sentivo più la parte inferiore del mio corpo, provai a parlare ma dalla mia bocca non uscì nessun suono, ero inerme, perfino le braccia mi sembravano pesantissime, erano magre, quasi scheletriche, non le riconoscevo. All’improvviso sentì un tocco sulla spalla, la donna nuda era al mio fianco, nonostante la poca luce riuscivo a vedere che mi sorrideva. Sono sicuro che disse qualcosa, ma dalla sua bocca non usciva alcun suono. Non sentivo più nulla. Spostò la sedia a rotelle e mi mise al tavolo vicino agli scheletri che ora mi fissavano e al posto delle orbite nere che avevo visto prima, ora quattro paia di occhi mi fissavano. Quei pochi muscoli attaccati ai teschi sembravano sorridermi. La luce ora mi sembrava più accecante, sbattei le palpebre per cercare di vedere meglio. Notai sul tavolo uno specchio rotondo, come quello che uso per farmi la barba, rifletteva l’immagine di un uomo che non conoscevo. Ero un vecchio magro, emaciato, su una sedia a rotelle con un’espressione vitrea. L’immagine che mi si rifletteva non era quella della persona che ero abituato a vedere quando mi specchiavo. Ero un altro. Un’anima paralizzata in un corpo che non gli apparteneva. Ebbi un conato di vomito e rigettai tutto sul tavolo. Gli scheletri non si scomposero. Poi persi i sensi, quello fu uno sforzo troppo grande da sopportare per il corpo che mi stava ospitando. Quando rinvenni avevo una coperta sulle gambe, non riuscivo nemmeno a sentirla, quasi non riuscivo a sentire più niente di quel corpo, mi sembrava di galleggiare dentro un qualcosa di viscido e putrefatto. Davanti a me ancora quello specchio, adesso quello che avevo davanti era un qualcosa ancora di più vecchio e raggrinzito, quasi somigliavo a uno degli scheletri che avevo visto quando mi ero risvegliato la prima volta. Spaventato mi guardai intorno, adesso non avevo più davanti a me degli scheletri seduti, ma delle figure di quattro persone totalmente scarnificate che mi guardavano, occhi senza palpebre erano fissi su di me. Ripresero a giocare e a fumare. In quel momento compresi che più io invecchiavo e più loro tornavano in qualche modo in vita. Forse la prossima volta che mi fossi addormentato sarei morto ma loro sarebbero tornati alla vita. In fondo, non è un modo malvagio di andarsene, una vita in cambio di quattro. Un bel rapporto a favore della vita. Vita batte morte quattro a uno pensai. Le quattro figure, si voltarono verso di me e sorrisero, sembravano aver capito i miei pensieri. Sorrisi anche io ma non so se il corpo che avevo era riuscito a farlo. Non potevo far altro che aspettare la fine, in qualche modo ora ero più sereno, calmo. Avevo accettato che da lì a qualche momento sarei morto, eppure ero stranamente tranquillo anche se non ricordavo nulla di quello che ero stato un tempo, della mia vita passata, chi ero stato e come ero finito in una stanza d’albergo con quattro scheletri che giocano a carte. La vita è veramente strana pensai, è come una partita a carte, non sai mai che cosa può capitarvi tra le mani, a volte vinci ma molto spesso perdi e io stavo per perdere tutto. Ma va bene così. In fondo la vita è un gioco. 




Olivetti STUDIO 46


Una nuova macchina da scrivere è entrata a far parte della mia collezione. Oggi sono stato in un mercatino dell'usato, più che altro per spulciare qualche vecchio romanzo di fantascienza e ne ho trovati diversi che mi sono portato a casa. Ma questo magari può essere tema per un prossimo post. 
Fatto sta che mi cadono gli occhi su questa bellissima macchina da scrivere in perfetto stato, sembra nuova infatti. Con la sua custodia, un manuale di istruzioni e la sua originale copertura antipolvere in tessuto. Il prezzo più che onesto, anzi anche troppo per le condizioni quasi pari al nuovo di questa Olivetti STUDIO 46. Solo 34€, quasi mi sono vergognato a pagarla così poco visto che facendomi una passeggiata su eBay, questo modello arriva a costare anche qualche centinaio di euro in condizioni molto peggiori di questa che ho trovato. Quindi come potevo lasciarla lì? Sarebbe stato un crimine! E poi c'era una voce nella mia testa che mi urlava di comprarla. Come potevo esimermi a questo punto? Non volevo certo farmi venire un bel mal di testa e sono andato alla cassa a pagare.
Uscito dal negozio mi sono fiondato a casa per provarla; è perfetta, scrive benissimo, ha giusto un paio di cosette da sistemare, ovvero una piccola lubrificata alla leva del ritorno del carrello e mettere dei gommini sul pannello che ricopre i nastri d'inchiostro per evitare che faccia rumore durante l'uso. Per il resto non ha neanche un graffio e tutti le sue parti meccaniche funzionano alla perfezione. Sembra uscita ieri dalla fabbrica. Ormai ho preso il via a collezionare vecchie macchine da scrivere e mi piace veramente tanto usarle.
Mi piace poi davvero tanto questa colorazione vintage carta da zucchero. Mi fa pensare proprio ai tempi passati, quando le cose erano concepite e realizzate per durare nel tempo ed infatti ecco qui, dopo oltre mezzo secolo, oggetti del genere ancora funzionano alla grande. Ho i miei dubbi riguardo al fatto che oggi si faccia qualcosa che duri così tanto nel tempo. 

 

Le mie macchine da scrivere - 01, Royal Litton 203

  La mia prima macchina da scrivere. Dove tutto è cominciato. Anche se ho dei vaghi ricordi da bambino a casa di mia nonna. Ricordo una vecc...