lunedì 26 febbraio 2024

AVVENTURE nel tempo e nello spazio, i migliori racconti della fantascienza degli "anni d'oro"


Qualche giorno fa avevo, dopo tanta ricerca, trovato su ebay un libro contenente un racconto di Robert A. Heinlein che volevo tanto leggere, ovvero: Tutti voi zombie, della collana Urania, Anonima stregoni n. 1456. Davvero un racconto strepitoso che merita un post dedicato. Questa premessa mi serviva però per introdurre questo nuovo arrivo fresco fresco. Sono arrivato a questo bel libro di settecento pagine proprio perché contiene un'altro racconto di Heinlein che volevo tanto leggere. Si tratta di un racconto firmato con lo pseudonimo Auson MacDonald e intitolato, Un gran bel futuro. Non vedo l'ora di leggerlo. Facendo delle ricerche in rete avevo infatti scoperto che questo racconto, come Tutti voi zombie, tratta il tema dei paradossi temporali. Non voglio aggiungere altro per evitare spoiler clamorosi, Tutti voi zombie è uno di quei racconti che ti spaccano in due il cervello e leggerli senza sapere nulla del contenuto è il massimo del piacere per godersi un'esperienza del genere. Un piccolo capolavoro narrativo di fantascienza. Un gran bel futuro è stato scritto molto prima di Tutti voi zombie e so che non sarà altrettanto bello ma che comunque ha degli spunti davvero interessanti. Qui avevamo un Heinlein più giovane e inesperto ma dotato di un grande talento che uscirà fuori molto presto.  Non è facile reperire i suoi racconti, perché molti, ovviamente sono in raccolte fuori catalogo. Come ho scoperto che un racconto simile a Tutti voi zombie era presente in questa raccolta mi sono fiondato su Ebay alla ricerca di questo bel volume. A convincermi a prenderlo, oltre a questo racconto, sapevo che questo libro raccoglie delle bellissime storie considerate da antologia del genere, e che non poteva certo mancare nella libreria di un appassionato di fantascienza. Il libro è una edizione del 1979, sono stato davvero fortunato, perché ad un ottimo prezzo mi sono ritrovato con questa raccolta in ottime condizioni nonostante i suoi anni. Le sue pagine odorano di altri tempi. Non vedo l'ora di immergermi nella lettura e volare lontano nello tempo e nello spazio. 


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sabato 17 febbraio 2024

Hilaire Belloc - Sul piacere di prendere in mano la penna


Tra i piaceri più tristi e minori di questo mondo annovero questo piacere: il piacere di prendere in mano la penna.


Molti hanno detto che c'è un piacere tangibile nel semplice atto di scrivere: nello scegliere e nel disporre le parole. È stato smentito da molti. Ciò viene affermato e negato nella vita del dottor Johnson, e da parte mia direi che è verissimo in alcuni rari stati d'animo e completamente falso nella maggior parte degli altri. Ma della scrittura e del piacere che ne deriva non scrivo qui (con piacere), ma del piacere di prendere in mano la penna, che è tutt’altra cosa.


Nota cosa significa l'azione. Sei solo. Anche se la stanza è affollata (come lo era la sala fumatori del G.W.R. Hotel, a Paddington, proprio l’altro giorno, quando ho scritto il mio “Statistical Abstract of Christendom”), anche se la stanza è affollata, devi esserti fatto solo per poter scrivere. Devi aver costruito una specie di muro e isolato la tua mente. Sei solo, allora; e questo è l'inizio.


Se considerate con quali sofferenze gli uomini sono soli, come scalano montagne, entrano in prigione, professano voti monastici, assumono abitudini quotidiane eccentriche e si chiudono nelle soffitte di una grande città, vedrete che questo momento di intraprendere la penna è non meno felice del fatto che poi, per una semplice associazione di idee, lo scrittore è solo.


Questo per quanto riguarda questo. Ora non solo sei solo, ma “creerai”.


Quando le persone dicono “creare” si lusingano. Nessun uomo può creare nulla. Conobbi una volta un uomo che disegnava un cavallo su un pezzo di carta per divertire la compagnia e mentre disegnava lo copriva dappertutto con molte strisce parallele. Fatto ciò, un anziano sacerdote (presente in quell'occasione) disse: "Ti piace disegnare una zebra". Quando il prete disse questo, l'uomo cominciò a imprecare e a bestemmiare, e a protestare di non aver mai visto né sentito parlare di una zebra. Disse che era stato tutto frutto della sua testa, e chiamò a testimone il cielo, e il suo santo patrono (perché apparteneva alle famiglie cattoliche territoriali dell'Antica Inghilterra - il suo santo patrono era Aethelstan), e la salvezza della sua anima immortale lui ha anche scommesso che era innocente nei confronti delle zebre quanto il bambino non ancora nato. Ma ecco! Non ha convinto nessuno e il prete ha segnato. Era evidente che il Territorio era pieno zeppo di conoscenze zebrate.


Tutto questo, dunque, è una digressione, e bisogna ammettere che non esiste un “creare” da parte dell’uomo. Ma comunque, quando prendi in mano la penna fai qualcosa di diabolicamente piacevole: c'è una prospettiva davanti a te. Svilupperai un germe: non so cosa sia, e ti prometto che non lo chiamerò creazione, ma forse un dio sta creando attraverso di te, e almeno tu stai fingendo la creazione. In ogni caso, è un senso di maestria e di origine, e sai che quando lo avrai fatto, qualcosa verrà aggiunto al mondo e poco distrutto. Per cosa avrai distrutto o sprecato? Una certa quantità di carta bianca a un centesimo al metro quadrato (e non sono sicuro che non sia più piacevole tutta diversificata e variegata con guizzi neri) - una certa quantità di inchiostro destinato a essere steso e asciugato: fatto per nessun altro scopo. Una certa quantità infinitesimale di penna, strappata alla stupida oca per nessun altro scopo se non quello di soddisfare gli elevati bisogni dell'Uomo.


Qui gridi “Affettazione! Affettazione! Come faccio a sapere che quel tizio scrive con una penna? Un’abitudine davvero improbabile!” A questo ti rispondo che hai ragione. Meno assertività, per favore, e più umiltà. Te lo dirò francamente con quello che scrivo. Sto scrivendo con una penna stilografica Waterman's Ideal. Il pennino è d'oro zecchino, come lo era il trono di Carlo Magno, nella “Canzone di Orlando”. Quel trono (è appena necessario che ve lo dica) fu portato in Spagna attraverso i freddi e terribili passi dei Pirenei da non meno di centoventi muli, e tutto il mondo occidentale lo adorò e tremò davanti ad esso quando fu eretto ad ogni sosta sotto i pini, sull'erba dell'altopiano. Perché vi sedeva sopra, terribile e autoritario: pesavano su di lui due secoli di età; le sue sopracciglia erano all'altezza della giustizia e dell'esperienza, e la sua barba era così arruffata e folta, che fu chiamato "Carlo Magno dalla barba di rovo". Hai letto come, quando la sera stese la mano, il sole rimase fermo finché non trovò il corpo di Orlando? NO? Devi leggere di queste cose.


Ebbene, la penna è d'oro puro, una penna che corre diritta come un cavallo volenteroso, o una allegra navicella; anzi, è una penna così eccellente che mi ricorda il mio argomento: il piacere di prendere in mano la penna.


Dio ti benedica, penna! Quando ero ragazzo e mi dicevano che il lavoro era onorevole, utile, pulito, igienico, sano e necessario alla mente dell'uomo, non prestavo loro più attenzione che se mi avessero detto che gli uomini pubblici sono generalmente onesti, o che i maiali potessero volare. Mi sembrava che stessero semplicemente dicendo cose stupide che gli era stato detto di dire. Né dubito ancora oggi che coloro che mi raccontavano queste cose a scuola non fossero altro che predicatori ottusi e distratti. Ma ora so che le cose che mi hanno detto erano vere. Dio ti benedica, penna del lavoro, penna del lavoro ingrato, penna delle lettere, penna delle pose, penna rabbiosa, penna ridicola, penna glorificata. Prega, piccola penna, sii degna dell'amore che ti porto, e considera quanto nobile ti renderò un giorno, quando vivrai in una teca di vetro con una folla di turisti intorno a te tutti i giorni dalle 10 alle 4; penna della giustizia, penna della saeva indignatio, penna della maestà e della luce. Un giorno scriverò con te una poesia considerevole; è un patto tra me e te. Se non riesco a crearne uno mio, allora scriverò quello di qualcun altro; ma tu, penna, qualunque cosa accada, scriverai una bella poesia prima di morire, anche solo l'Allegro.


Il piacere di prendere in mano la penna ha anche questo, peculiare tra tutti i piaceri, che hai la libertà di posarla quando vuoi. Non così con l'amore. Non così con la vittoria. Non così con la gloria.


Se avessi cominciato al contrario, avrei chiamato questo Lavoro “Il Piacere di deporre la Penna”. Ma l’ho iniziato dove l’ho iniziato e lo finirò proprio dove finirà.


Quale altra occupazione, professione, dissertazione o svago intellettuale puoi cessare a tuo piacimento? Non il bridge: continui a giocare per vincere. Non parlare in pubblico: suonano un campanello. Non un semplice contrario: devi rispondere a tutto ciò che dice l'altra persona insufficiente. Non la vita, perché è sbagliato uccidersi; e quanto al fine naturale della vita, questo non avviene per scelta; al contrario, è il più capriccioso di tutti gli accidenti.


Ma la penna la poggi quando vuoi. In qualsiasi momento: senza rimorsi, senza ansia, senza disonore, sei libero di fare questa cosa dignitosa e definitiva (lo farò e basta)... Deponila.


(1908)


Citazione MLA

Belloc, Hilaire. “Sul piacere di prendere in mano la penna.” 1908. Quotidiana. Ed. Patrick Madden. 10 settembre 2008.


mercoledì 7 febbraio 2024

Bruce Springsteen, The River e dei bellissimi ricordi

 


Ci sono momenti della giornata in cui mi sento particolarmente apatico, poco creativo e con zero voglia di fare le cose. Come uscire da questi momenti tossici? Quello che per me funziona è sicuramente ascoltare musica, mettere qualcosa che riesce a dare la carica giusta per partire con slancio. Secondo me Bruce Springsteen riesce in questo intento. Ero alla scrivania che mi lambiccavo il cervello per scrivere qualcosa, ma non mi veniva niente in mente. Volto lo sguardo e sento il giradischi che mi chiama, non ho neanche pensato a cosa prendere, c'era proprio quel disco che mi chiamava, The River voleva suonare. Lo prendo, lo metto sul piatto e lo faccio partire, ed ecco che la voce del Boss riscalda casa, parte The ties that bind e riprendo a scrivere con la carica giusta. La musica mi riesce a stimolare molto quando scrivo ed è un ottimo antidoto per evadere dalla quotidianità. Ho dei bellissimi ricordi legati a questo disco. Ricordo di averlo preso alla mia prima fiera del disco a cui sono stato molti anni fa. Mi ritrovai questa prima stampa tra le mani, buttata dentro una cesta tra i vinili in  offerta, anche in quel caso sembrava chiamarmi. La cover era parecchio rovinata, i suoi anni (od oggi 44!) se li portava tutti e una parte era anche scollata, i dischi erano entrambi molto sporchi e graffiati. Però gli occhi intensi di Bruce mi fissavano, sembravano dirmi "fidati, prendimi, non te ne pentirai!". Così feci, l'offerta di quella cesta erano cinque euro a disco, The River è un doppio disco e lo presi per soli dieci euro. Quando tornai a casa diedi una bella pulita ai dischi, erano lerci, c'erano davvero tanti graffi sul disco ed ero poco fiducioso su come sarebbe suonato. Ma gli occhi di Springsteen mi rassicuravano, "ho ancora molto da dire..." dicevano. Così misi il primo disco sul piatto, posizionai la puntina e lo feci partire. Si sentiva in maniera divina e ancora oggi, dopo quarantaquattro anni, il suono è meraviglioso e non cambierei per niente al mondo questa mia stampa. Ho come l'impressione che in qualche modo, questo album fosse destinato a me. 
Date sempre una possibilità alle vecchie cose, non gettatele via. Molto spesso hanno ancora qualcosa da dire.

domenica 4 febbraio 2024

Il paradiso degli Orchi - Daniel Pennac



Inizio a scrivere questa recensione seduto al chiosco del centro sportivo dove mio figlio piccolo sta facendo gli allenamenti di calcio. Ho appena mangiato una buonissima pizzetta calda e sto sorseggiando una coca cola zero. Ho dimenticato di portare le cuffie con me, avrei potuto isolarmi meglio e ascoltare un po’ di buona musica. Qui è pieno di papà per lo più intenti a prendere caffè e a parlare di argomenti da maschi alpha. Personalmente non è che mi senta superiore a nessuno, ma proprio non riesco ad appassionarmi a questi discorsi. Piuttosto preferisco isolarmi per scrivere o per leggere qualcosa. Ho qui con me, e dopo mi metto a leggerlo, il libro di Daniel Pennac che ho cominciato in questi ultimi giorni: Il paradiso degli orchi, mi sta piacendo davvero tanto. Oggi se riesco lo finisco. Lo sto trovando geniale, grandissima intuizione quella di Pennac nel creare un personaggio che di mestiere fa il capro espiatorio. Pensare che questo sia stato un libro scritto nel 1985 mi fa rendere conto di quanto questo scrittore fosse avanti, avanti di quasi quarant’anni, anche perché a me sembra dannatamente attuale questo romanzo. Ancor prima di finirlo, ho già una voglia matta di prendere il seguito. Infatti questo è il primo romanzo di una saga, la saga dei Malaussène. Da poco dovrebbe essere uscito l’ultimo libro, non sono sicuro ma credo sia tipo il decimo. (L'ottavo, ho controllato).

L’avevo rimandato per troppo tempo questo scrittore, è quindi giunto il momento di leggerlo e scoprirlo. A casa ho diversi libri di Pennac, ma di questa saga, avevo preso solo il primo, Il paradiso degli orchi. Mi sta piacendo davvero tanto, mi perdo tra le sue pagine. Pennac riesce ad essere molto immersivo nella sua scrittura, molto ironica e satirica. Mi divertono veramente tanto queste pagine, poi il fatto che il romanzo sia suddiviso in capitoli brevi, personalmente lo apprezzo molto, trovo che questo tipo di narrazione, composta da capitoli di qualche pagina, diano un ritmo più veloce alla lettura e incolla alle pagine. Mi sento tremendamente stimolato ad andare avanti nella lettura.

Adesso che finalmente l'ho finito, il mio giudizio non è affatto cambiato, anzi è andato bel oltre le mie aspettative, mi ero fatto un'idea del finale e invece la storia si è risolta in tutt'altro modo, molto originale. Quello che ho davvero apprezzato di più è stato il modo in cui Pennac sia riuscito ad affrontare con molta leggerezza un tema tanto crudo. E per leggerezza però non intendo superficialità, nient'affatto. Con il suo stile ironico e grottesco la realtà diventa parodia di se stessa. Bellissimi poi i personaggi, impossibile non affezionarsi alla strampalata famiglia Malaussène e non vedo l'ora di continuare a leggere le loro peripezie nel prossimo capitolo: La fata carabina.

Asimov Story - La storia e le storie "introvabili" di Isaac Asimov

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